mercoledì 30 settembre 2009

La nuova entropia

Per le teorie ed i principi termodinamici si sa che l'universo tende allo stato di massima entropia dove l'entropia misura, per così dire, il grado di disordine. Se n'era già parlato. Così un gas si espande liberamente, non si contrae, e il popolo italiano vota PdL. Massimo disordine. Ma non solo; per la teoria dell'informazione l'entropia è una misura della quantità d'informazione. Più l'entropia è alta, più è bassa l'informazione, e viceversa. Vi è inoltre un'altra importante implicazione: nell'evolvere delle cose l'energia tende a degradarsi, ovvero tende a diventare inutilizzabile per produrre lavoro. Oggi i miei studi mi hanno portato ad espandere ulteriormente questo concetto ad un'altro campo apparentemente slegato dalla teoria dell'informazione e dalla termodinamica: l'arte. Ma andiamo con ordine.

Per prima cosa misuriamo il valore artistico di un'opera. Allora, ad esempio, il David di Michelangelo ha un valore approssimativo di circa 682 kiloDaVinci. La Piramide di Cheope si aggira sui 1,2 megaDavinci. La Divina Commedia sta sui 38 kiloDaVinci e l'ultimo libro di Moccia sui 26 milliDaVinci. È ovvio che la scala sarà logaritmica, ovvero nulla avrà un valore artistico di zero DaVinci (che sarà indicato con DV nel Sistema Internazionale) perchè tutto, pure quello che vomita il gatto sul prato (sui 15 nanoDaVinci), può a suo modo essere interessante. Adesso passiamo all'osservazione sperimentale per la definizione dell'entropia artistica. Notiamo che attorno ad un quadro possono nascere libri e film (altrimenti Dan Brown non lo conoscerebbe nessuno, e non sarebbe così male come prospettiva, in fondo) ma non succede praticamente mai che avvenga il contrario. Ad ugual modo possiamo vedere che vi sono sempre più spesso film tratti da romanzi ma non si sente mai parlare di romanzi ispirati a film. È possibile quindi definire una vera e propria freccia artistica della degradazione dell'energia artistica definita macroscopicamente per categorie. La freccia mostra come l'energia si degrada da sculture, monumenti e dipinti verso libri, musica ed opere teatrali proseguendo poi in fumetti e film. Quindi si passa a serie televisive, parodie e spin off animati. Infine vi sono i programmi televisivi ed i reality. Ovviamente poi all'interno di ogni categoria vi sono anche enormi differenze ma la legge è in linea di massima ferrea (le eccezioni sono numericamente trascurabili e statisticamente improbabili oltre che non significative). Quindi quando un'opera si posiziona ad in una certa categoria con un certo valore misurato in DaVinci, da allora le opere che da questa derivano possono posizionarsi solo in categorie di valore minore od uguale. Qualche esempio: 1984 di Orwell (453 DaVinci) si è degradato nel Grande Fratello (1081 milliDavinci stimati alla prima edizione, 27 milliDaVinci all'ultima). Oppure la Gioconda (517 kiloDavinci), degradata dapprima a Il Codice Da Vinci (5 DaVinci) e poi in una miriade di scritti che tentarono di cavalcare l'onda del successo del suddetto, come Inchiesta su Gesù (348 milliDaVinci). Tutto tende al minor potenziale artistico possibile. Se definiamo quindi l'entropia artistica l'inverso di questo potenziale, abbiamo che tutto il mondo artistico tende all'entropia massima. E tutto torna.

PS: Il DaVinci è definito sul valore artistico di questo post. Ovvero questo post ha un valore artistico di esattamente 1 DaVinci.

martedì 29 settembre 2009

lunedì 28 settembre 2009

Sulla fretta ed altre cose

Se io avessi programmato una favolosa vacanza nella gelida tundra norvegese (secondo i miei standard, sì, sarebbe favolosa) e mancassero ormai pochi giorni alla partenza non starei più nella pelle, sarei tutto un fremito. Se una grossa pizza abbondantemente guarnita stesse cuocendo lentamente nel mio forno ed io avessi fame, starei accovacciato davanti al forno tenendola d'occhio attraverso il vetro impaziente di affondare i denti nell'impasto rovente, con la bava a stento controllata all'interno delle labbra. Se stessi leggendo un libro lungo e complesso dalla trama ben costruita e stessi giungendo alle battute finali, sarei impaziente di sapere il finale e leggerei, leggerei, leggerei, finchè tutte le singole lettere stampate saranno state immagazzinate e finchè la storia non sarà arrivata al suo termine andando a posizionare anche l'ultimo tassello del puzzle creatosi nella mia mente. Tutto questo per dire cosa? Semplice: credenti di tutto il mondo, perchè se il vostro paradiso di infinita bellezza e beatitudine esiste siete tanto attaccati a questa vita mediocre da voler mantenere tutti allo stato vegetativo per interi decenni?

domenica 27 settembre 2009

Senso unico

Senza poter tornare indietro come posso distinguere chi prevede il futuro da chi lo provoca?

sabato 26 settembre 2009

Il mio odio

Temo d'avere un problema con l'odio. Mi è successo più volte di desiderare con tutto me stesso di vedere una persona riversa a terra dopo aver incassato tante legnate da poterci aprire una falegnameria. Un desiderio sincero, e neanche con persone con le quali ho litigato. Semplicemente sento il seme dell'odio nascere e crescere e, sì, ora ci starebbero bene delle sprangate sul tuo volto. Non è la discussione o la litigata che mi fa desiderare la sofferenza altrui, sono soprattutto gli atteggiamenti. Strafottenza e arroganza, idiozia e chiusura mentale sono i peggiori, stimolano in me le sensazioni peggiori. Odio quello stronzo che mi sorpassa a sinistra, quello che suona il clacson, quello che fa casino, quel bambino che non la smette di piangere, quello che con tutto il posto che c'è si viene a sedere proprio di fianco a me, quello che impenna col motorino, quello che fa gli articoli sulla Milano da bere a studio Aperto, quello che sembra sapere tutto e quello con gli occhi che dicono "cazzo quanto sono furbo". Odio parecchia gente. Spesso sento dire che l'amore è un sentimento raro e che andrebbe valutato con cautela. Nel mio caso si fa prima a dire chi amo piuttosto che elencare la Black List. Semplice ottimizzazione, niente di metafisico. Odio anche me stesso quando vedo il mio cervello vomitare fuori post di questo tipo ed odio non riuscire a mettere su pixel le mie idee esatte. Odio parecchie cose, in effetti. Di buono c'è che tutto quest'odio riesco a tenermelo dentro anche se sono sicuro che andrà prima o poi a condensarsi in una forma tumorale grossa come una papaya.

venerdì 25 settembre 2009

giovedì 24 settembre 2009

Sui mezzi improbabili

Non mi piacciono gli autobus. Non mi piacciono neanche i treni ma quelli, almeno, sono ben definiti come numero ed entità. Anche se c'è da aspettarli un'ora in più e se c'è da fare il viaggio in piedi con altri passeggeri sulle spalle, il treno arriva e quando arriva lo vedi. L'autobus invece è totalmente casuale, ci sono un certo numero di autobus che fanno un certo percorso ma le variabili in gioco (quantità di passeggeri, traffico, tempo atmosferico) sono troppe perchè si possa identificare davvero una cadenza regolare nel loro passaggio. Ma loro non se ne accorgono, sono arroganti a tal punto di pretendere di dare l'orario con la precisione del minuto: ma chi volete prendere in giro? Tanto per fare un esempio, nell'ultima mi esperienza la situazione è questa: l'autobus è segnalato per le 14:59 (perchè 15:00 è troppo sempliciotto) quindi io arrivo alla fermata alle 14:50, per andare sul sicuro. L'autobus si fa vivo sulle 15:15 e lo prendo cercando di capire se è quello delle 14:59 in ritardo o quello delle 15:29 in anticipo. In ogni caso, quell'autobus non ci dovrebbe essere. Questo poi perchè sono stato fortunato. Ci sono state volte che ho aspettato anche un'ora e dei sei autobus segnalati (uno ogni dieci minuti) non se n'è fatto vivo nemmeno uno. Quindi ho costruito un modello. L'autobus arriva in fermata in modo totalmente casuale ma dovrebbero essercene in media sei ogni ora, così dice il foglietto degli orari. Allora l'ho approssimato ad un fenomeno poissoniano con rate medio 6. In questo modo mi è stato possibile calcolare la probabilità di fare un certo numero di incontri di autobus nella mia fermata in un lasso di tempo che dura un'ora. Ecco i risultati (approssimati al continuo):
Si vede che c'è un picco di probabilità proprio sul 6, ovvero è molto probabile incontrare tanti autobus quanti ne sono stati segnalati dagli orari. È altrettanto facile vedere che la probabilità di non vedere alcun autobus (o uno solo) in un'ora, cosa che mi è capitata anche fin troppo spesso, è molto vicina alla probabilità di vederne quattordici, ovvero la probabilità di non vederene nessuno è uguale alla probabilità che, dal nulla, si creino otto autobus con tanto di autista e che questi passino tutti per la mia fermata. Ora, il buonsenso ci dice che quest'evento è impossibile o, almeno, alquanto improbabile, quindi dovrebbe essere altrettanto improbabile non vedere alcun autobus nella propria fermata. Eppure...

mercoledì 23 settembre 2009

Il mio metodo

La medicina è sicuramente la forma di scienza più antica e utile a chi vuole evitare di morire di raffreddore. Ma, per quanto abbia fatto passi da gigante da quando si curavano i malanni con insalata e due preghiere al giorno, la medicina è ancora una scienza empirica. Non empirica come la fisica, empirica in modo totale, basata esclusivamente sull'osservazione, così, a casaccio. Non vi è alcun dato teorico che possa portare a prevedere determinati sviluppi medici ne è possibile riprodurre in laboratorio alcun malanno (a parte la morte, quella viene riprodotta abbastanza fedelmente volendo). Per questo io non conosco il mio dottore e vado da lui solo quando già mi stanno allestendo la camera ardente. Ovvero sono andato solo una volta negli ultimi otto anni, quando ero diventato sordo da un orecchio. Prima ho aspettato un mese ma alla fine ho ceduto.

Injo: Non ci sento più da quest'orecchio.
Dottore: Mmmh, da quanto tempo?
Injo: Ehm. Da ieri.
Dottore: Fammi vedere.
Dottore mi infila l'orecchioscopio nell'orecchio ed inizia a scavare col dito.
Dottore: Eh, qui è un po' rosso...
Injo: Cosa posso farci?
Dottore: Ti prescrivo un anti-infiammatorio.
Injo: Ok. Comunque è dall'altro orecchio che non sento.
Dottore: Ah, bene, ahah. Fammi vedere.
Dottore mi infila l'orecchioscopio nell'altro orecchio ed inizia a scavare col dito. Mi fa un male cane.
Dottore: Eh, sì, sembra un po' gonfio.
Injo: Ah.
Dottore: Ti prescrivo un anti-infiammatorio.

Fatto sta che ho comprato l'anti-infiammatorio, l'ho preso per una settimana e faceva proprio schifo (ma le case farmaceutiche gli additivi chimici che rendono gradevole il sapore dei cibi conservati non li conoscono?). Alla fine non è cambiato niente ed ho smesso di prenderlo, bon, pace. Poi un giorno lentamente ha iniziato ad affievolirsi la sensazione di chiuso e sono tornato a sentirci. Questo ha rafforzato la mia tesi sulla non affidabilità della medicina, specie quella di base. Cosa che mi ha fatto tornare al mio vecchio metodo, forse più empirico della medicina stessa, ma i risultati che ho ottenuto sono decisamente migliori. Il metodo si chiama "ignoralo che tanto poi passa" e ci ho curato abbastanza malanni, ultimamente, alcuni dei quali parecchio scomodi. Se proprio il malanno è pesante utilizzo la versione moderna chiamata "ignoralo che tanto poi passa con aggiunta di Vivin C". Con questa posso debellare tutto, sono sicuro. Mi è venuta in mente quest'insieme di roba perchè è da un paio di settimane che ho la mandibola che mi scricchiola come una carota quando si spezza ogni volta che la muovo o che mastico. È abbastanza fastidioso sentire le ossa che sfregano traballando nella loro sede, ma sopportabile. Sto applicando la mia teoria medica per aggiungere nuovi successi che la possano supportare. Ultimamente si è affievolito, quindi sono sulla buona strada. Oppure mi cade la mandibola a terra improvvisamente, anche questa è un'ipotesi.

Injo: Dottohe! Dottohe!
Dottore: Cosa!
Injo: Mi è cahuta la mashella!
Dottore: Oh cielo, fammi vedere!
Injo: Mi aiuhi dottohe!
Dottore: Ti prescrivo un anti-infiammatorio.

martedì 22 settembre 2009

Meglio l'aldiqua

Se dovesse esserci vita dopo la morte sarebbe per me una bella sorpresa. Ormai sono talmente preparato a giacere coi vermi finchè il mio corpo non sarà completamente dissolto che la presenza di un'eventuale vita eterna senziente mi destabilizza un po'. Prima di tutto per un fattore di qualità della vita. Questo aldilà sarà così pieno di gente che dovrebbe essere invivibile. Dal tempo dei babilonesi sono morte almeno seicento miliardi di persone (stimando ad occhio vita media negli ultimi seimila anni e popolazione totale mondiale dello stesso periodo) senza contare quello che sono morti prima e quelli che moriranno. Tutta sta gente (pari a cento volte la popolazione mondiale attuale) stipate in un unico luogo appartenente ad un privato che li comanda. Questo mi fa pensare che l'aldilà debba essere effettivamente un inferno. Un'altra cosa che non mi è chiara è lo stato mentale con cui questa presupposta vita eterna dovrà essere affrontata. Perchè sappiamo che la crescita è un fattore puramente fisico che può essere accelerato, stimolato, rallentato o fermato. Quindi nell'aldilà non si dovrebbe crescere od invecchiare. Questo implica per caso che se uno muore a quattro anni è condannato per l'eternità a sbavare mordendo oggetti e farsela addosso? Ed un vecchio affetto da Alzheimer? Considerato che quando uno muore non si trova nello stato mentale ottimale, in genere, l'aldilà dovrebbe essere pieno di persone poco raccomandabili. E non mi si dica che la mente tornerà/diventerà normale una volta arrivati nell'aldilà o, peggio, che saremo entità puramente ideali e metafisiche. No, non ditemelo, perchè allora visto che devo lavorare una vita intera (letteralmente) per forgiare la mia mente, farla crescere ed istruirla, pensare che poi una volta morto vivrò per sempre con una mente standardizzata scelta da qualcun'altro mi fa desiderare davvero di giacere sottoterra mentre i vermi banchettano con le mie membra.

lunedì 21 settembre 2009